Due giorni a Mantova e Ferrara

Le classi Seconde hanno trascorso due giorni a Mantova e Ferrara e al rientro a scuola li attendeva il “solito” tema, ma tra tanta (a volte troppa) cronaca c’è dell’oro puro che non sempre luccica ma è pur sempre oro puro.

Due giorni a Mantova e Ferrara. Sembra niente, due belle città, scegliamo cosa vedere, cerchiamo le guide, il prof. Tornaghi pensa ai giochi, l’agenzia cerca l’albergo ed è subito fatto. Niente di tutto questo: già trovare le date è una scommessa, se c’è l’albergo, mancano le guide, rifai tutti gli incastri e da Palazzo Te ti chiamano dispiaciuti e ti comunicano che la prenotazione è andata persa e dobbiamo cambiare orario. Ma ognuno dà una mano, Vittoria, la guida di Ferrara, ci prende in simpatia e tutto va a posto. Invero le previsioni del tempo sono pessime, il giro in bicicletta è a rischio, che faremo sotto l’acqua con quaranta ragazzi che non amano stare né zitti, né fermi?

Partiamo, siamo un bell’equipaggio, cinque insegnanti e due studenti del liceo. Una novità condivisa tra i due presidi, una possibilità reciproca: per Miriam e Luca la gioia di dare una mano, di essere utili, strada maestra per crescere. Per la carica dei quaranta l’attrattiva dei più grandi, qualcuno che calamiti lo sguardo senza essere “l’insegnante”.

Dopo pranzo si gioca, una prova chiede di portare alla giuria un insegnante di un’altra scuola, la densità di popolazione scolastica sulle rive del Lago Superiore è altissima. La squadra parte compatta e allaccia trattative serrate con diversi insegnanti, la giuria guarda curiosa: “Come finirà? Si fideranno? Chiameranno la polizia per essere liberati da questo sciame urlante?”.

Arrivano con la preda, un giovane professore si è lasciato convincere, la carta di identità attesta la professione, viene lasciato libero da chi l’aveva catturato e ci saluta dicendo: “Complimenti, che bello vedere questi ragazzi che giocano insieme.” La normalità è diventata una novità, queste parole diventano l’ipotesi di tutta la gita: “Siamo BELLI, viviamo questo fatto pienamente, aiutandoci l’un l’altro ad esserlo in ogni momento, non tradiamo quello che siamo. Qualcuno ci ha visti così, non ce lo siamo detti da soli, non tradiamo noi stessi!”

Poi torniamo a casa e la professoressa assegna il classico tema: Scatti fotografici a Mantova e Ferrara tradotti in parole e si raccomanda: Non mettete l’ora della partenza, quello che avete mangiato, a che ora avete spento la luce………….

Lettura dei temi per scegliere le righe più fresche, tutto il bello visto, ascoltato e vissuto e scrivere così un articolo per il sito della scuola.

Quanta cronaca, orari, vitto, alloggio, “e poi abbiamo fatto… e poi siamo andati…. e poi, e poi………..” l’insegnante tentenna, serpeggia la delusione in lei. E poi si riprende. Conosce i suoi alunni, sa che c’è del buono, qualche volta non luccica ma è pur sempre oro puro

Qualche pepita l’ha pur trovata e ve la scrive:

– Senti voci squillanti che ridono, che parlano in totale allegria, in questi piccoli ma non stretti sterrati. In mezzo al verde, circondati da fiori gialli. Vedi ragazze montare le biciclette con i loro professori davanti, ad indicare la strada. Altri sono caduti, altri parlano, altri giocano con il sorriso e battono il cinque alle persone che passeggiano. (Ben dieci persone hanno battuto il cinque).

– In questo momento ci troviamo davanti al castello Estense, sembra maestoso e potente, adesso entriamo. All’interno è molto grande e bello, mi piacciono tantissimo i soffitti, sono eleganti con tutti i colori accesi e colorati, che si intonano l’uno con l’altro. Le sale grandi e piccole sono tutte diverse, in ogni sala ci sediamo per ascoltare, arriviamo sulla terrazza, un giardino di limoni e di arance. Ci sono anche piccole fessure da cui si può guardare giù, la vista è bellissima.

Andiamo  a fare un giro in bici, come fossimo stati lì da sempre, prendiamo le bici e iniziamo a pedalare come matti, di fronte al professore. Il giro mi entusiasma molto e mi eccita  perché non ho mai pedalato sulle mura di una città.

– Infine la cosa più bella di Ferrara, a parer mio, sono state le segrete del castello. Dovevamo scendere al livello del lago circostante e dovevamo abbassarci molto per non andare a sbattere la testa. La guida ci ha spiegato che avevano solo una finestra per far passare l’aria, non avevano un letto e davano loro solo pane ed acqua, qualche volta. Sul muro erano incisi lettere e disegni lasciati dai carcerati.

Alle 11.00 abbiamo preso in prestito le bici, io ero uno dei primi di fianco al professore che andava anche lui molto veloce e non riuscivamo a superarlo.