Primavera a Budapest

Esempi di uomini liberi e responsabili nella bufera del XX secolo

1 marzo: la primavera per la quinta scientifico inizia sulle rive del Danubio, e  viene incontro al bisogno di “toccare con mano” una serie di questioni che il lavoro su Giorgio Perlasca  e sulla storia dell’Ungheria nel XIX e nel XX secolo ha nel frattempo aperto.

Il percorso della gita è iniziato con il lavoro di preparazione con gli allievi, attraverso incontri e letture e ha già molto coinvolto i ragazzi, soprattutto per quanto riguarda l’incontro con Filippo Farkas, ungherese; è ora il momento di dare carne alle parole  dei testimoni, attraversando i luoghi della storia da poco conosciuta.

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La nostra guida, Peter Horvat, straordinario uomo di cultura e storico dell’Arte, ci porta ai piedi dei condottieri delle sette tribù che invasero la Pannonia e, dinanzi a tali temibili personaggi, ci parla dell’origine del termine magiaro, anzi, màgiaro; già dalle sue prime parole vediamo demolito un luogo comune sugli ungheresi, quello di un popolo chiuso che parla una lingua incomprensibile, sulla cui origine molti ancora dibattono: la lingua è incomprensibile, ma non si tratta di un’enclave all’interno dell’Europa germanica, latina e slava, bensì di un popolo capace di grande apertura, di apprendere e far propri costumi e cultura delle popolazioni circostanti.

Nasce la domanda sull’origine di questa singolare capacità: a questo viene in aiuto il racconto della conversione del popolo ungherese, iniziata da santo Stefano, in buona parte travolta dalla rabbia xenofoba subentrata alla sua morte e ripresa con più forza e stabilità sotto Ladislao il Santo: la politica chiaroveggente del papato e di Ottone III incoraggiò il movimento missionario presso tutti i popoli dell’Est e  inserì definitivamente i màgiari nel concerto dei popoli europei potenziando la sua originalità nel continuo interscambio con le popolazioni baltiche, slave, tedesche e italiane.

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Bella la chiesa di Mattia Corvino nella città alta; commovente il racconto dell’epopea anti-turca, suggestivi i motivi floreali delle decorazioni; facile immaginare l’incoronazione di Francesco Giuseppe, doloroso sentire che delle bandiere lì raccolte dei territori i cui capi incoronarono Francesco Giuseppe nessuna rappresenti ora un territorio ungherese. La visita alla parte alta della città approfondisce l’ipotesi che Peter ci ha suggerito: l’Ungheria è un paese assolutamente europeo e “occidentale”; ha vissuto tutti i movimenti culturali dell’Europa contribuendovi con apporti originali e significativi; il popolo ungherese, più volte ferito e prostrato, ha affrontato con dignità le sue tragedie e ogni volta ha trovato la forza di risollevarsi: da dove nasce questa forza?

Per rispondere, inizia la visita di Pest: la città multietnica di cui parla Fejtő nelle sue interviste si presenta ai nostri occhi. Le parole di Peter e delle persone che incontriamo rendono viva l’immagine di una capitale splendida, in cui ebrei, serbi, austriaci, italiani, francesi vivevano e operavano fiduciosi e lieti, coscienti di essere il punto più attraente della Mitteleuropa e di poter a buon diritto rivaleggiare con Parigi e Vienna.

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Il compromesso della duplice monarchia dà inizio a un investimento cospicuo degli Asburgo in Ungheria e Budapest ancora oggi ne risplende: i palazzi liberty, i ponti in ferro, la piazza del Millennio, la metropolitana,  i caffè, le chiese ottocentesche, il maestoso Parlamento neogotico mettono un po’ in soggezione anche noi, così abituati al bello.

Nel VII Distretto, le Sinagoghe, dalla Doány, eclettica, originale, simbolo degli ebrei più aperti e quelle più tradizionali e ortodosse, le officine e i negozi ci fanno immaginare lo sviluppo industriale promosso dagli Ebrei tra fine Ottocento e primi Novecento contribuendo all’idea di una capitale ricca, interculturale, e modernissima.

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Il contrasto tra lo splendore fin de siècle e quello che diventa l’Ungheria dopo la sconfitta della prima guerra mondiale è notevole: i ragazzi ricordano le umiliazioni del Trianon, le parole di Feijto in Requiem per un impero defunto e la terribile esperienza della repubblica di Bela Khun.

Esempi di libertà: il capitano Romanelli

A scuola abbiamo parlato del capitano Guido Romanelli, figura da noi pressochè  sconosciuta, ma famosissima in Ungheria per la sua azione umanitaria e libera nei confronti di un popolo due volte sconfitto.

Chi o che cosa gli ha fatto correre il rischio del deferimento alla corte marziale, che cosa gli ha fatto mettere a repentaglio una brillante carriera militare, fino a condurlo in prigione? Il capitano si dimostra libero e fa vedere come nell’agire libero sia sempre presente una dimensione di rischio.

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Il racconto della vita di Romanelli aiuta a dare una risposta più completa: egli agisce in modo libero e rischioso perché si lascia interpellare e ferire da ogni singolo ungherese. Notiamo che, come sta accadendo a noi nella visita, l’ufficiale si mostra vulnerabile rispetto a un popolo che agli inizi considerava strano e che non conosceva; si lascia colpire dalle singole persone che incontra e non esita a incontrarle come persone; si comporterà così perfino con il dittatore Béla Kun, cui concederà un salvacondotto per espatriare ed evitare il Terrore bianco. È in questa vulnerabilità che il capitano è maestro ed è da questa vulnerabilità che trae il coraggio di esporsi e di rischiare la sua posizione e la sua carriera. La tesi di Fejtő sulla fine dell’impero asburgico è sempre meno astratta: alla componente slava fu facile approfittare della cecità dei governanti rispetto alle condizioni reali dei popoli europei e della sciocca fede nella possibilità di imporre un progetto a uomini tanto diversi da quelli immaginati.

Comincia a farsi strada l’associazione della parola libertà con la parola responsabilità: la libertà delle azioni di Romanelli si vede nel modo in cui affronta le situazioni drammatiche del primo dopoguerra rispondendo a un dettame interiore che possiamo definire coscienza.

Libertà, responsabilità, coscienza, sembrano ora inscindibili: si legge un grande maestro in proposito, Romano Guardini: “Non c’è nessuna libertà senza coscienza – tanto meno può esserci coscienza, responsabilità morale, in un essere che non è libero.

Peter ci porta poi sul Danubio e ci fa sostare davanti al “monumento alle scarpe” o “scarpe al Danubio” (Cipők a Duna-parton): scarpe di bronzo di ogni tipo e foggia, eleganti da donna, scarponi da lavoro, sandaletti da bambino; calzature conformate ai piedi di chi le aveva indossate, giacciono sulla riva del fiume a ricordo delle esecuzioni notturne di centinaia di ebrei durante l’occupazione tedesca e la dittatura Szálasi, sono lì a perenne memoria di quelle che i cittadini di Budapest, atterriti e muti, videro la mattina del Natale del 1944, tra il candore della neve e il rossore del Danubio in cui galleggiavano centinaia di cadaveri.

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La visita all’Istituto Italiano di Cultura ci aiuta ad approfondire la storia di Giorgio Perlasca, lo “Schindler italiano”. Davanti all’Istituto campeggia il suo busto e qui Peter e i consoli italiani ci raccontano  i giorni difficili dall’Ungheria nel ’44 e l’azione salvifica e rischiosa di Perlasca.

Si torna alla Sinagoga: nel ghetto c’è un salice piangente le cui foglie argentee portano incisi i nomi delle vittime della furia nazista; Peter ci parla degli italiani, perché, oltre al notissimo Perlasca, sulla lapide commemorativa dei giusti c’è anche il nome di monsignor Angelo Rotta, nunzio apostolico a Budapest negli stessi infelicissimi giorni, coadiuvato da padre Gennaro Verolino.

5200 ebrei ungheresi devono la vita a Perlasca, ma anche monsignor Rotta non scherza: a lui si deve la distribuzione di circa 20.000 “carte di protezione”, oltre a numerosi certificati di battesimo, che salvarono gli ebrei dai lavori forzati. La guida racconta poi di Raoul Wallemberg, il diplomatico svedese che si prodigò allo stesso modo per gli ebrei riuscendo a sventare l’incendio del ghetto negli ultimi disperati giorni dell’occupazione tedesca.

Le vite dei quattro si intersecano   e sono simili per intraprendenza, fantasia e creatività nell’escogitare iniziative volte ad arginare la furia omicida dei governanti.

Non è slancio incosciente quello con cui Perlasca salva gli ebrei e non lo è nemmeno quello del nunzio Rotta che usa la sua stessa persona come ostacolo alla partenza di un vagone destinato al campo di sterminio per  salvare tutte le persone cui riuscirà a consegnare i passaporti vaticani che ha con sé –circa un centinaio –.

La domanda continua: chi gliel’ha fatto fare? Dove hanno trovato tanta libertà? Possiamo vedere anche qui il nesso libertà, responsabilità, coscienza?

Perlasca è in buona compagnia quanto a eroismo a Budapest e questo abbatte la tentazione di farne un mito; la sua vita lo pone al di fuori della retorica antifascista perché fascista era stato, ma, con la stessa franchezza con cui aveva aderito alle guerre d’Africa e di Spagna, aveva sconfessato la repubblica di Salò; è un uomo che si confronta da protagonista con le vicende del suo tempo, in un momento in cui la tentazione di rattrappire la libertà, già tarpata dai regimi totalitari, scaricando la responsabilità del male su chi governa è altissima.

E’ evidente che la libertà delle azioni di Perlasca, Rotta, Ventolino, Wallemberg, viene da una spinta interiore: non sottostanno a ciò che per il potere si deve vedere e fare, non vogliono essere sollevati dal peso della loro responsabilità.

Nelle interviste filmata che vediamo all’Istituto italiano di Cultura, a chi gli chiede il perché delle sua azioni, Perlasca risponde, con tono disarmante: “Lei, al mio posto, cosa avrebbe fatto?” lasciando intendere che c’è un solo modo di agire, farlo da uomini.

“Solo chi sa di essere vincolato dalla verità ha delle opinioni proprie e delle parole proprie” ci suggerisce ancora Guardini.

Alle tre parole emerse dalla riflessione comune se ne aggiunge un’altra, verità, che sottenderà la prossima meta.

La visita alla Sinagoga e al ghetto ha dato una scossa emotiva a tutti, ma il pezzo forte deve ancora venire ed è costituito dalla visita alla palazzina che si trova all’indirizzo Andrássy ùt,  60, che oggi è nota come  Terror Háza, la Casa del Terrore.

Al numero 60, spicca una bella costruzione neorinascimentale che fu dapprima scelta come sede delle croci frecciate di Szálasi con il nome di Hűség haza (Casa della fedeltà) e in seguito come sede della polizia segreta comunista (ÁVH) agli ordini del famigerato Gábor Péter.  Caso raro nella storia, entrambi i regimi totalitari del novecento ungherese trasformarono il palazzo in un luogo sinistro, le cui cantine si estesero a tutto l’isolato circostante,  creando una prigione-labirinto sotterranea nella quale i detenuti erano sottoposti a torture incredibili, spesso della durata di più settimane, cui molti non sopravvissero e dopo le quali altrettanti, completamente annientati, firmarono falsi verbali d’accusa.

L’edificio è stato recentemente trasformato in museo e anche il suo aspetto esterno ne rievoca lo spirito: una copertura del tetto porta incisa la scritta “Terror Háza” e lungo tutto il perimetro della palazzina, all’altezza dello sguardo, sono incastonati nel muro i ritratti delle vittime della repressione della rivolta del ’56, a guisa di ritratto funebre.

L’impatto dell’ ingresso è enorme: il carro armato russo dell’invasione del ’56 punta il suo cannone verso il visitatore ed è circondato, nel cortile interno del palazzo, da innumerevoli foto delle vittime del terrore nero e di quello rosso.

A sottolineare che al tradimento dei diritti fondamentali dell’uomo si è arrivati da posizioni ideologiche apparentemente opposte, due enormi stele di granito accolgono i visitatori: quella di sinistra, nera, reca l’incisione del simbolo croci-frecciato, mentre in quella di destra, rossa, è incisa la stella comunista; le due scritte, sono quasi identiche: “A nyilas terror áldozatainak emlékére” e “A kommunista terror áldozatainak emlékére”, ovvero “Per commemorare le vittime del terrore nazista/comunista”.

Il susseguirsi delle sale fa ammutolire tutti: la proiezione dei filmati delle due invasioni fa inorridire per l’identità del copione (parate militari, bambini che offrono fiori, sguardi inespressivi della popolazione costretta ad assistere), ma le interviste alle anziane ungheresi che videro i loro uomini deportati nei Gulag negli anni venti e di quelle che li persero dopo la vittoria dell’Armata Rossa, sono toccanti: ricordano l’ultima benedizione ai bambini e le ultime parole d’amore che hanno sostenuto la loro durissima condizione vedovile.

Dei prigionieri ungheresi, dispersi in migliaia di campi differenti circa 300.000 perirono per le condizioni disumane dei “lavori forzati correttivi”: erano ambasciatori, insegnanti, diplomatici, sacerdoti, giovani non ancora diciottenni e anziani sopra i sessant’anni, colpevoli di avere un cognome tedesco, o di essere potenzialmente ostili al comunismo.

Attraversata l’aula dei “voltagabbana”, che simboleggia la continuità tra le due dittature, si arriva al periodo più nero del comunismo in Ungheria: apparecchi di intercettazione, schede elettorali con un solo candidato (1949), registrazioni della propaganda fitta e invadente, documenti sull’istituzione dei “sabati comunisti” e l’eliminazione delle feste nazionali, sull’indottrinamento ideologico dalla scuola materna… la menzogna è così palese che nessuno riesce a parlare: così, ad esempio, nella sala sulla collettivizzazione forzata nelle campagne, notiamo la sinistra ironia dell’ÁVH , crudele autrice di repressioni e draconiani decreti sul razionamento. L’introduzione alla sala riporta il titolo di un quotidiano del 1950, che recita: “L’ÁVH, protegge anche i contadini lavoratori!”

Nel frattempo, di sala in sala ci viene illustrata la “politica del salame”: nel giro di breve tempo tutti i non comunisti sono eliminati dalla direzione del paese e su tutti regna il sospetto: basta l’assenza di una sola volta alla mezz’ora della lettura dello Szabad Nép (Popolo Libero, quotidiano del partito), basta una battuta, basta l’aiuto offerto a famiglie indigenti invise al regime, per veder comparire nelle proprie strade la famigerata “macchina nera” (qui esposta) e per essere prelevati nel cuore della notte: le persone perdono così i loro diritti civili, vengono dislocate in campi di internamento sparsi nel paese, sono private della pensione e sorvegliate giorno e notte.

Dai prelevamenti notturni, nasce l’espressione “félelem a csengő”, paura del campanello.

La vista delle sale di tortura, inalterate dal tempo del loro funzionamento, fa inorridire: la frase di János Kádár  che viene riportata all’entrata è la seguente: “Imparare a picchiare con ogni attrezzo!” Si susseguono le sale degli interrogatori e degli uffici dell’ÁVH: uomini dappoco, spesso poco colti, nell’interesse dell’Unione Sovietica arrestano, torturano, picchiano anche i loro stessi congiunti; è così che alla fine anche molti di essi si trovano coinvolti nelle epurazioni e ne è prova eclatante László Rajk, giustiziato dopo un processo farsa  e torture indicibili, la stesse torture che aveva prima esercitato su tanti innocenti.

L’ironia involontaria e macabra delle dichiarazioni ufficiali continua: “Vedendo un ufficiale dell’ÁVO,  ogni persona onesta prova un sentimento di sicurezza e di forza.” Che misera fine per l’”onestà”!

L’onore è in questo momento tenuto vivo da uomini che il potere definisce “popolo alieno”, i “disonesti”, quelli di cui il regime non può fidarsi.

La sala dei processi politici merita una lunga sosta: sempre con la politica del salame, vengono via via sostituiti i giudici indipendenti e al loro posto si formano tribunali composti da uomini di fiducia del Partito, con preparazione giuridica dubbia e approssimativa. La presunzione di innocenza è abolita e la necessità delle prove è sostituita dalle confessioni spesso estorte sotto tortura. Le Corti non sono autonome, ma subordinate per legge al potere politico.

Nella sala sono esposti alcuni degli oltre ottocento fascicoli dall’Archivio di sicurezza: domande di grazia, atti d’accusa, sentenze, atti d’istruttoria; una cabina nascosta con una poltrona e un telefono allude al fatto che il processo è gestito direttamente dal potere politico che manda via cavo istruzioni ai giudici. Seduti tra i banchi ricoperti dai vari carteggi  assiste alla proiezione dei filmati ufficiali di propaganda sul processo e la condanna a morte di Imre Nagy, uno dei protagonisti dei fatti del ’56.

Il processo politico obbedisce a precisi canoni teatrali: l’accusa aggredisce l’imputato, lo tratta da creatura sub-umana, lo apostrofa con insulti, sottolinea continuamente il suo tradimento alla causa e alla fine esibisce testimonianze estorte con la promessa della grazia o con le torture; il crimine commesso è sempre lo stesso: il tradimento dello Stato, ove per Stato si intende il regime di turno e  non è così importante che la colpa sia vera, è più importante che il processato sia il “nemico”.

Impressionano le parole di Pálinkás Pallavicini, l’ufficiale aristocratico giustiziato nel dicembre 1957, il liberatore di Mindzenty: “Vogliono giustiziarmi. Hanno bisogno di nemici di classe. Hai mai visto una controrivoluzione senza il nemico di classe? Io sono un marchese, io sono il nemico di classe”

Torniamo al filmato in cui colpisce la pacatezza delle risposte di Nagy alle isteriche e urlate parole dell’accusa: l’uomo non è annientato, è calmo, sicuramente è provato da torture e imposizione di framaci, ma risponde in modo circostanziato alle accuse ed è straordinariamente libero.

In contrasto con lui, i latori delle accuse costruite dal regime hanno lo sguardo sfuggente e i tratti tormentati: perché? Si ripropone l’intuizione del nesso verità- libertà, che guiderà i successivi approfondimenti.

Anche le sale sulla chiesa perseguitata e sulla vita del cardinal József Mindszenty, incarcerato prima dai nazisti e poi dai comunisti, impongono una sosta spontanea e imprevista (siamo a tre quarti della visita e l’attenzione, in condizioni “scolastiche”, potrebbe esser nulla): i filmati delle processioni solenni dimostrano quanto spazio avesse la Chiesa nella nazione a guerra finita, mentre la voce del primate ci arriva dagli altoparlanti dell’epoca. L’attacco alla Chiesa, dopo che la confisca delle sue terre aveva affamato le masse contadine, si svolse riguardo alla famiglia e alla scuola, di cui la chiesa cattolica ungherese deteneva un “monopolio storico che mai nessuno, neanche Giuseppe II, era riuscito a scalfire.”

Il coraggioso vescovo, imprigionato in via Andrássy, sottoposto a torture, vessazioni e droghe, diviene il campione della resistenza alla menzogna del regime e uno dei  simboli della rivolta del ’56.  Ecco le sue parole esposte all’ingresso della sala: “Sto dalla parte di Dio, della Chiesa, della Patria!” Oltre al primate centinaia di sacerdoti e laici cattolici vengono arrestati e spesso uccisi.

Notiamo una costante delle dittature in Europa, l’attacco alla Chiesa, per annullare la dimensione spirituale degli uomini, per isolarli e ridurli da popolo a massa informe.

Un ascensore conduce alle segrete sotterranee: scende pianissimo e al suo interno, da un monitor, un ex boia racconta delle esecuzioni; al termine dell’agghiacciante discesa si trovano le celle dell’infame cantina da cui molti non uscirono vivi.

Ma è proprio in questo luogo di degradazione dell’umano che i ragazzi sono colpiti dalle parole dell’abate Vendel Endrédy,  che passò sei anni nella cella di isolamento: “Quando dalla cantina di via Andrássy 60 venni condotto al primo interrogatorio serio, pregai Dio almeno per un’ora, perché cancellasse i nomi dei miei amici dalla mia memoria. Sembra il contrario di quello che facevano i missionari gesuiti che portavano il nome dei loro amici cucito sul petto e traevano da questo la coscienza della loro identità e del loro compito. Che mostro è quello che, per amore nei loro confronti, costringe a dimenticare il nome dei propri amici?

Si entra poi nella sala delle lacrime, con i nomi di tutti i giustiziati dopo la rivolta del ’56 e infine si passa al “muro dei criminali”, su cui sono esposti i ritratti di tutti quelli che hanno partecipato ai delitti o hanno dato ordine di eseguirli, che hanno sostenuto le false accuse o approvato i decreti che rendevano possibili tali omicidi; sta scritto: “Gli atti che avranno potuto compiere precedentemente o successivamente nella loro vita, non li scagionano dalla loro responsabilità per quanto è accaduto”. Non si parla di vendetta, non si insulta, ma si ricorda semplicemente che dietro ogni azione c’è qualcuno che la compie e che la responsabilità è di ciascuno.

All’uscita, l’aforisma di Baltasar Gracián del 1647 è perfettamente attuale nel descrivere la limpidezza con cui gli ungheresi propongono la loro storia a se stessi e al mondo in questo museo: “Niente richiede più delicatezza della verità, che è un taglio al cuore. Ci vuole altrettanta esperienza a dirla quanta a nasconderla.”.

In via Andrássy 60 abbiamo visto la spietatezza della repressione; a casa, attraverso  testimonianze filmate e scritte, vogliamo rivivere i giorni gloriosi della rivolta popolare, Forradalom, del ’56 come esempio da una parte della crudeltà di una Realpolitik imposta dalla Guerra fredda e dall’altra della lotta per la libertà di tanti ungheresi, disposti ad andare fino in fondo nell’affermazione della verità.