Educare liberi: il rischio affascinante di formare uomini capaci di verità
Carate Brianza, 31 gennaio 2026

L’emergenza educativa non è uno slogan né una formula astratta. Le recenti misure approvate dal Governo con la legge di bilancio hanno contribuito a riportare al centro del dibattito nazionale un tema tutt’altro che scontato: la libertà di educazione e il diritto delle famiglie di scegliere il percorso scolastico per i propri figli. Come ha evidenziato l’avvocato P. Bertacco, membro del consiglio di amministrazione di una delle scuole promotrici del convegno, la battaglia per libertà educazione non è solo una questione di finanziamenti, ma di coscienza del valore della libertà di educazione.
La presenza in Brianza delle scuole paritarie, infatti, rappresenta una storia viva e radicata nel territorio. Lo scorso anno hanno celebrato i quarant’anni di attività due realtà educative di grande rilievo, come la Scuola Frassati di Seveso e l’Istituto Candia di Seregno; mentre proprio nel 2026 il Don Carlo Gnocchi di Carate Brianza ha inaugurato la sua nuova sede. Insieme alla Scuola San Carlo di Inverigo, queste esperienze hanno promosso un momento pubblico di riflessione e confronto aperto.
Presso l’Auditorium BCC di Carate Brianza si è tenuto l’incontro Educare liberi, liberi di educare, primosso dalla Cdo opere educative: un’occasione per affrontare uno dei nodi più delicati del nostro tempo, il significato autentico dell’educare e il valore della libertà di scelta educativa. L’obiettivo non era alimentare contrapposizioni, ma recuperare il senso profondo dell’educazione come atto di libertà, responsabilità e appartenenza comunitaria.
Sono intervenuti Giancarlo Cesana, professore all’Università degli Studi di Milano-Bicocca, Tommaso Agasisti, professore del Politecnico di Milano, e Francisco Romo, fondatore della scuola J. Henry Newman di Madrid. Numerose le autorità presenti, tra cui Elena Centemero, direttrice dell’Ufficio scolastico di Monza e Brianza.
Giancarlo Cesana ha dato il tono all’intera mattinata, ponendo subito la questione educativa su un piano radicale: educare – ha ricordato – deriva da educere, “tirar fuori”. Non plasmare dall’esterno, ma accompagnare il giovane a scoprire ciò per cui è fatto. Riprendendo il pensiero di don Luigi Giussani, Cesana ha insistito su una definizione decisiva: «educare è introdurre alla realtà totale». Non significa pretendere di spiegare “tutto”, ma aiutare a cogliere il significato della realtà, il suo senso ultimo, comprendendo il nesso tra il particolare e il tutto, cioè ciò che dà valore e senso alla vita.
Senza la comunicazione di un destino buono, di uno scopo per cui vale la pena vivere, l’educazione si svuota. È proprio questa – secondo Cesana – una delle grandi crisi dell’Occidente: il venir meno del senso del destino, sostituito dall’ossessione per la riuscita e dalla prestazione, priva però della dimensione della gratuità.
Citando un passaggio di Giussani di oltre quarant’anni fa, Cesana ha ricordato come ai giovani non basti essere “voluti bene”: ciò che manca spesso è la gioia di un destino, il motivo per cui si è al mondo. Senza questa comunicazione, il dolore e la fatica della vita restano insopportabili; con essa, diventano parte di un cammino umano possibile.
Da qui il nesso profondo tra verità e libertà. La libertà non è riducibile alla semplice possibilità di scegliere: è la capacità di riconoscere ciò per cui si è fatti. Senza verità, tutto diventa equivalente e indifferente, e la libertà si svuota. Educare, allora, significa amare la verità più di sé stessi e proporla senza coercizione, ma con autorevolezza.
In questa prospettiva, l’autorità educativa non impone: invita a seguire ciò che essa stessa segue, offrendo una testimonianza verificabile. È una posizione che vale per la scuola come per la famiglia e che richiede una comunità viva alle spalle dell’educatore.
Da ultimo, Cesana ha ribaltato un luogo comune diffuso: la scuola non è il soggetto dell’educazione, ma il suo luogo. Il soggetto è il popolo, la comunità umana che genera cultura. Per questo la libertà di educazione non riguarda solo le scuole paritarie, ma l’intero sistema educativo, statale compreso, chiamato a un autentico pluralismo di proposte.
Tommaso Agasisti ha affrontato lo stesso tema dal punto di vista dei dati e delle evidenze empiriche, mostrando come la libertà di scelta educativa non sia solo una questione teorica, ma un fenomeno concreto, misurabile e politicamente rilevante. I numeri restituiscono un quadro complesso: negli ultimi quindici anni il numero di scuole paritarie, in particolare cattoliche, è diminuito, così come quello degli studenti, anche a causa del calo demografico. Tuttavia, alcuni dati risultano particolarmente significativi: nella scuola secondaria di primo grado gli studenti delle paritarie sono cresciuti, mentre quelli della scuola statale sono diminuiti; nella secondaria di secondo grado le iscrizioni alle scuole paritarie mostrano una ripresa, soprattutto nel segmento non cattolico.
Questi trend suggeriscono che molte famiglie, soprattutto in fasi delicate della crescita dei figli, sono disposte a sostenere sacrifici pur di trovare contesti educativi percepiti come più rispondenti al bisogno di senso e di accompagnamento umano.
Sul piano delle politiche pubbliche, Agasisti ha riconosciuto che negli ultimi anni i finanziamenti alle scuole paritarie sono aumentati, passando da circa 544 milioni a oltre 880 milioni di euro. Tuttavia, il confronto europeo resta impietoso: l’Italia è ancora tra i Paesi che offrono aiuti minimi, molto lontana da modelli come Francia, Spagna, Belgio o Olanda, dove il sostegno pubblico copre stipendi, costi operativi e persino investimenti.
Il punto centrale, però, non è solo economico. Ridurre il dibattito a una contrapposizione ideologica tra “pubblico” e “privato” significa ignorare che la libertà di scelta educativa è un fattore di pluralismo, qualità e responsabilità sociale, non un privilegio per pochi.
Esemplare, da questo punto di vista, la storia raccontata da Francisco Romo, fondatore della scuola J. Henry Newman di Madrid: fondare una scuola, sfidando condizioni spesso avverse, è un’avventura possibile solo dentro una comunione di intenti e capace di generare valore per tutti. Il quartiere in cui la Newman è sorta ha tratto beneficio dalla presenza di una scuola in continua crescita.
Educare alla libertà non significa rinunciare a proporre, ma avere il coraggio di farlo con pazienza, certezza e rispetto. In un tempo segnato da smarrimento e polarizzazioni, il rischio di farsi carico di una proposta formativa ed educativa – come è emerso con forza a Carate Brianza – resta uno dei compiti più urgenti e più affascinanti per chiunque abbia a cuore il bene di ciascuno, cioè il bene comune.
Daniele Ferrari,
rettore dell’Istituto Candia Seregno