Daniele Ferrari, rettore Istituto Candia
«Domani vieni presto, perché faremo cose belle!» — Antoni Gaudí
Primo giorno di scuola
Ci ritroviamo per ricominciare. Ricominciare significa iniziare di nuovo. Cosa c’è di nuovo in questo inizio? Ci sono gli studenti di prima, alcuni compagni che si sono inseriti in altre classi, alcuni docenti, ma soprattutto quest’anno la professoressa Scavolini ha accettato di assumere l’incarico di preside dei licei.
Eppure, ricominciare non vuole dire azzerare tutto: siamo dentro un cammino.
Lo scorso anno avevamo iniziato lanciandoci una sfida, descritta dalla frase di Martina: “prima dicevo che palle andare a scuola. Ora dico: che bello, che fortuna andare a scuola. Voi non vi rendete conto”.
Nel corso dello scorso anno molti “si sono resi conto” di quale fortuna sia poter andare a scuola. E lo hanno fatto non solo pensando alla propria esperienza: abbiamo seguito la situazione in Palestina – situazione che questa estate è decisamente peggiorata – abbiamo seguito la situazione in Ucraina. Ci sono posti del mondo in cui la scuola non c’è neanche più fisicamente.
Nella assemblea finale dello scorso in molti hanno testimoniato che venire a scuola li ha fatti crescere. Molti di voi hanno raccontato le scoperte che hanno fatto nel prendere sul serio questa domanda.
Vorrei riprendere due interventi dell’assemblea dell’anno scorso. Il primo:
“Quest’anno, in particolare, è stato duro. Lo studio si è fatto pesante, il tempo non bastava mai. Ho pianto per la maturità che si avvicinava, per la scelta universitaria che sembrava troppo grande per me, per la patente che temevo di non superare. Ho pianto anche per le interrogazioni di tedesco. Ma alla fine, ogni cosa è passata. Non sono mai stata così distrutta e allo stesso tempo soddisfatta. (…)
Soprattutto ho capito una cosa importante: da soli si fa molta più fatica. Ecco, forse la Marti, quando dice ‘che fortuna andare a scuola’, non parla delle verifiche, né delle sveglie all’alba, o almeno non solo, ma delle persone. Alcune so bene che non le rivedrò più dopo l’esame, ed è giusto così. Altre resteranno per la vita. Ma tutte hanno avuto un impatto su di me. I miei compagni, a modo loro, mi hanno spinta a cambiare. Alcuni professori sono stati incisivi.
Persino alcuni rapporti con ragazzi di altre classi sono stati importanti, perché se pensavo di crollare, uno sguardo tra i corridoi (o più facilmente nei bagni) mi tirava su. Perciò, secondo me, voi che l’anno prossimo sarete ancora tra i corridoi di questa scuola: vivetela. Trovate le persone giuste e seguitele. Alzate mille volte la mano, anche se vi trema. Mettetevi in gioco, senza aspettare di essere ‘pronti’, perché tanto vi assicuro che pronti non lo sarete mai”.
Chi non vuole fare questa esperienza, di poter provare soddisfazione anche dentro la fatica: “Non sono mai stata così distrutta e allo stesso tempo soddisfatta”?
In un dialogo con alcuni di voi è proprio emerso questo desiderio di puntare in alto, di “alzare l’asticella”: la scuola non può essere un luogo in cui si vivacchia ma in cui si vive. È una delle frasi preferite di Pier Giorgio Frassati: “non dobbiamo mai vivacchiare ma vivere”. Nel giorno in cui Frassati e Acutis sono diventati santi il papa ha rivolto a tutti, non solo ai cristiani, uno straordinario invito: non sciupate la vita, ma orientatela verso l’alto e a fatene un capolavoro.
Ma come è possibile fare questo cammino? Vivere così?
Quello che alcuni di voi dicevano è che da soli non ce la si fa. Bisogna trovare dei compagni di strada, degli amici e dei maestri e mettersi in gioco: “Trovate le persone giuste e seguitele. Alzate mille volte la mano, anche se vi trema. Mettetevi in gioco, senza aspettare di essere ‘pronti’”.
C’è un secondo intervento che vorrei riprendere perché ci fa fare un passo in più. Diceva una di voi:
“Per quanto riguarda lo studio, credo che finora il programma di terza sia stato il più bello dei tre anni, forse merito anche dei docenti che mi hanno fatto amare ogni singolo argomento. Se quest’anno è stato così bello, ho desiderio di scoprire quanto lo sarà il prossimo”.
Chi di voi può dire di “amare ogni singolo argomento”?
Il verbo usato dalla vostra compagna è illuminate. Viviamo in un’epoca in cui sembra che le reazioni di fronte alla vita si siamo appiattite a due sole opzioni: to like-to hate. Sono espressione apparentemente opposte, ma svelano una vicinanza sorprendente: esprimono entrambe una reazione immediata che non contempla le sfumature, che non contempla la fatica, il sudore, l’implicazione. Non possono oltrepassare la superfice, non possono condurci a una soddisfazione vera.
La sfida che vogliamo lanciarvi quest’anno riguarda proprio lo studio: è possibile amare ciò che si studia? È possibile cioè cogliere una relazione vera, profonda tra noi e le cose che si studiano? Si potrebbe anche semplificare trasformando la sfida in questa domanda: quello che studio c’entra con me?
Noi professori siamo convinti che si possa desiderare di venire a scuola non solo perché ci si sente accolti, stimati, supportati, ma anche e soprattutto perché c’è qualcosa di bello, di bellissimo da fare. Lo diceva con convinzione l’architetto della sagrada famiglia, Antoni Gaudì: “Domani vieni presto perché faremo cose belle!”.
Proprio questa è la frase che abbiamo scelto per quest’anno, vogliamo verificare che “studiare è fare cose belle”.
Ma cosa vuol dire studiare? Non vorrei che ci fosse un fraintendimento su questo punto.
Vi racconto una storia.
Funes, o della memoria è un racconto fantastico e amaro di Jorge Luis Borges. Il protagonista è un giovane di nome Ireneo Funes, a cui capita un fatto prodigioso: viene investito da un cavallo, riporta una grave lesione che lo costringe a letto paralizzato. Ma al risveglio scopre che la sua memoria è diventata assoluta: ricorda perfettamente qualsiasi cosa, presente o passata, e la sua percezione del mondo è talmente acuta da cogliere ogni minimo dettaglio della realtà.
Prima dell’incidente, Funes “guardava senza vedere, ascoltava senza udire, dimenticava quasi tutto”. Dopo, invece, la sua memoria e la sua percezione diventano infallibili. Un cambiamento radicale: altro che intelligenza artificiale! Ricordare e comprendere tutto senza limiti sembrerebbe il sogno di ogni studente, ma non solo…
Eppure, osserva il narratore, ciò che sembrava un dono si rivela una condanna: «Aveva imparato l’inglese, il francese, il portoghese, il latino. Sospetto, tuttavia, che non fosse molto capace di pensare. Nel mondo sovraccarico di Funes non c’erano che dettagli, quasi immediati».
Ecco il prezzo da pagare: ricordare tutto allo stesso modo trasforma la vita in un catalogo infinito di dettagli. È la morte del pensiero, ma anche della gioia e del dolore che nascono dal riconoscere i legami tra le cose. Se tutto è un dettaglio, niente ha più significato, niente ci colpisce davvero.
Così anche l’intelligenza artificiale: può contenere un numero sterminato di dati, ma non è capace di pensare, cioè di farvi stabilire un nesso tra voi e quei dati. La parola intelligenza deriva dal latino intus-legere, leggere dentro: significa leggere dentro la realtà il suo significato, non semplicemente catalogarne i particolari.
Così sia anche lo studio per voi: lasciatevi colpire, ferire, mettere in discussione. La conoscenza non nasce da un archivio di informazioni, ma da una ferita che smuove il nostro essere nel punto più vivo della coscienza e ci fa alzare lo sguardo — come davanti alla volta della Sagrada Familia, che ritroverete sui segnalibri che vi abbiamo preparato come augurio per l’inizio di quest’anno.
«Domani vieni presto, perché faremo cose belle!» — Antoni Gaudí
